MOSCATO D'ASTI E CESARE PAVESE

Intervista a Luigi Icardi
La penna di Cesare Pavese e il Moscato d’Asti: due simboli delle Langhe e dell’eccellenza italiana sbarcano a New York
 
 
Abbiamo incontrato Luigi Icardi che ha partecipato all’asta di New York del 9 febbraio in rappresentanza dell’Enoteca Regionale “Colline del Moscato” di Mango – di cui è amministratore delegato – insieme alla Produttori Moscato d’Asti Associati. Lo scopo dell’iniziativa da lui ideata, e legata a IMAFestival, è quella di associare gli elementi culturali/intellettuali a quelli materiali (commerciali) più rappresentativi delle Langhe, patria del Moscato e terra natale dello scrittore Cesare Pavese, al fine di promuovere un territorio in cui arte e cibo formano un binomio perfetto, e che presto verrà inserito dall’Unesco tra i Patrimonio dell’Umanità.
 
Letteratura e vino, o meglio, nel nostro caso, Cesare Pavese e Moscato. Come e quando è nato questo felice connubio?
 
Il connubio tra Cesare Pavese e il Moscato d’Asti sboccia d’estate, nel mese di settembre, quando i dorati grappoli del cosiddetto “Oro delle Langhe” vengono vendemmiati e lo scrittore nasce, il 9 settembre 1908, a Santo Stefano Belbo. Il legame è dunque forte: entrambi assorbono le bellezze di questa terra fertile e antica e le rielaborano per donarle al mondo sotto forma di vino e letteratura. Il Moscato è il frutto del sole e dei colori dell’estate e le poesie, i romanzi e i racconti di Cesare Pavese ne svelano i significati profondi, i “verdi misteri”. 
 
In che modo questa iniziativa si propone di aumentare il prestigio e la valorizzazione del territorio delle Langhe, così come la diffusione del Moscato d’Asti in Italia e nel mondo?
 
Cesare Pavese e il Moscato d’Asti sono oggi le due eccellenze che fanno conoscere la Langa e Santo Stefano Belbo nel mondo; tutelarle e valorizzarne la promozione e divulgazione unitaria è il modo migliore per uno sviluppo globale del nostro territorio. Letteratura ed enogastronomia sono le carte vincenti da giocare anche e soprattutto sul mercato del turismo, perché ci permettono di offrire eccellente qualità: il Moscato d’Asti è universalmente riconosciuto e Pavese è tra gli autori più letti e più tradotti nel mondo. Una sorta di immortalità, tipica dei grandi: le opere di Pavese piacciono a tutte le generazioni, ai giovani soprattutto, perché parlano dell’uomo e lo fanno in modo diretto, utilizzando un linguaggio asciutto e schietto, che lo scrittore aveva elaborato sull’esempio dell’americano. Il Moscato d’Asti è il vino più affascinante, che porta dentro di sé tutti i sapori, i colori e i profumi di un territorio unico al mondo. Chi beve Moscato d’Asti, magari leggendo un libro di Pavese, è immerso nella storia e nelle tradizioni di questa piccola parte di Piemonte che aspetta di essere scoperta dal vivo.
 
Uno degli scopi di IMAFestival è quello di far conoscere l’eccellenza enogastronomica italiana nel mondo attraverso l’arte. L’asta che ha avuto luogo a New York il 9 di febbraio ha ospitato un importante tributo a Pavese e al Moscato. Di cosa si tratta? Ce ne può parlare?
 
Cesare Pavese è sempre stato profondamente legato all’America. Lo scrittore inizia la sua carriera nel 1931 come traduttore de “Il nostro Signor Wrenn” dello statunitense Sinclair Lewis e successivamente traduce, tra gli altri, Moby Dick, il capolavoro di Herman Melville. L’America per Pavese ha sempre rappresentato la libertà, la creatività e la sua tesi di laurea sull’americano Walt Whitman gli insegnò quel modello comunicativo immediato e diretto che diventerà la caratteristica essenziale delle sue opere. Pavese è uno scrittore legato alla sua terra, a quella Langa che lo ha generato e forgiato e per raccontarla, nei suoi romanzi, usa una lingua che è diretta e immediata come lo slang americano, quello imparato dagli autori statunitensi che tanto ha amato. Per questo la Fondazione Cesare Pavese ha voluto contribuire alla manifestazione, omaggiando la scrittura di Pavese, quindi incaricandomi di portare ed esporre la sua penna originale e gli occhiali, entrambi salvati dalla terribile alluvione del 1994 che colpì Santo Stefano Belbo e l’allora Centro Studi Cesare Pavese. Due oggetti personali e strettamente legati all’attività dello scrittore, fatta di letture e di inchiostro. Nel 2010, anno delle celebrazioni per il sessantenario della scomparsa dello scrittore, la Fondazione Cesare Pavese ha realizzato, sul modello dell’originale, la “Cesare Pavese Special Edition”, la penna con la firma autografa, che è stata a disposizione dei partecipanti all’asta di New York per siglare i contratti di compra-vendita.
 
Passeggiando per la Langa intorno a Santo Stefano Belbo si possono ammirare i caratteristici “luoghi pavesiani”, quei luoghi dove Pavese è cresciuto e che ha descritto in tante sue opere. Oggi, quali sono quelli particolarmente legati al Moscato, alla coltivazione delle sue uve e alla sua degustazione?
 
I “luoghi pavesiani” sono le splendide colline di Langa. La Casa Natale, il Museo–Laboratorio di Nuto, la Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo e la Fondazione Pavese sono immerse nelle colline vitate a Moscato d’Asti cui lo scrittore sempre si riferisce nei suo romanzi. Nei prossimi mesi, il Chiostro della Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo, adiacente alla Fondazione Cesare Pavese, inaugurerà un’installazione permanente e interattiva dedicata al Moscato d’Asti. Una sorta di percorso sensoriale alla scoperta dell’uva Moscato: dal terreno alla vite per comprendere dove il Moscato d’Asti trae i sapori, i profumi e i colori che lo rendono conosciuto in tutto il mondo. Un museo dedicato al Moscato d’Asti nella Fondazione Cesare Pavese: un modo per unire vino e letteratura, le due eccellenze della splendida terra di Langa. 

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